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Fraternità:scelta affettiva per la vita

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18 dicembre 2013

Fraternità: scelta affettiva per la vita

Che succede quando nasce un bambino? Per chi ne è affettivamente coinvolto è una festa. Per i suoi genitori è un evento così grande e decisivo che cambia la testa, oltre che la vita. E questo in tutte le condizioni, anche le più avverse, che ci siano attorno. Con il bimbo nasce non solo una persona, ma una storia nuova di relazioni intrecciate, profonde e quotidiane. Per chi è fuori ambito affettivo la nascita di un bimbo è praticamente una non notizia. Sul piano della comunicazione generalmente viene data notizia di chi muore, non di chi nasce.
“Desidero rivolgere a tutti, singoli e popoli, l’augurio di una esistenza colma di gioia e di speranza. Nel cuore di ogni uomo e di ogni donna alberga, infatti, il desiderio di una vita piena, alla quale appartiene un anelito insopprimibile alla fraternità, che sospinge verso la comunione con gli altri, nei quali troviamo non nemici o concorrenti, ma fratelli da accogliere ed abbracciare”.
In questi giorni mi chiedevo da dove partire per rendere reale e praticabile questo augurio di Francesco il nostro carissimo Vescovo di Roma: dai forconi, dai disabili, dai sinti e rom, dai disoccupati, dai bambini che muoiono di fame, dai rifiutati e scartati da questo sistema economico e finanziario perché superflui,?
E mi rivolgo a chi? Al mondo della politica, dell’economia e della finanza, alla società civile e al volontariato, alle comunità ecclesiali per costruire risposte nuove e adeguate a una situazione che di giorno in giorno si fa più esplosiva? La crisi che condividiamo a livello globale non è un gomitolo da dipanare, si presenta più come un ingorgo di fili che si intersecano fra loro. Non sono sufficienti risposte settoriali, perché di mezzo c’è la vita della stragrande maggioranza della popolazione mondiale e del pianeta terra stesso. E per la vita in tutte le sue espressioni, prima di tutte le altre scelte pur necessarie, diventa determinante il nostro coinvolgimento affettivo. In questione va a finire quella parte non visibile, ma reale e profonda della nostra persona, dove prendiamo le decisioni riguardanti i rapporti che decidono della nostra vita, le scelte più impegnative e a rischio.
Siamo nati, cresciuti, abituati a un sistema dove l’asse portante è l’economia; nella nostra testa rimangono i soldi il fondamento della nostra sicurezza per mantenere alto il tenore di vita e per garantire il futuro. Spostare l’asse dai beni materiali ai rapporti, perché la vita di tutti e non gli interessi privati di pochi abbia da prevalere, chiede una revisione profonda del nostro modo di posizionarci a questo mondo. Siamo chiamati ad approfondire la nostra umanità. Finora la globalizzazione ha funzionato principalmente per le merci, meno per le persone, ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. Anzi l’esperienza dell’economia che si afferma con le proprie leggi e le proprie logiche ci presenta oggi bilanci dolorosi di ingiustizie, di guerre, di corruzione e di distruzione della natura stessa. Il mercato delle merci ha leggi e diritti ben più efficaci dei diritti di chi emigra, di chi è povero ed emarginato. “Siamo tutti fratelli” è uno slogan che abbiamo sentito fin da piccoli. Qualche volta ci abbiamo scherzato sopra: “fratelli in Cristo, ma non in pentola”. Oggi scegliere la fraternità interroga con urgenza la nostra libertà, la nostra fede in Gesù e le nostre scelte quotidiane. La crisi in corso o ci fa puntare ancora sulla quantità di cose da assicurarci e sarà guerra, o ci fa scommettere sui rapporti con tutte le altre persone del mondo e sarà nuovo stile di vita. La fraternità oggi in un mondo globalizzato ci fa prendere coscienza che nessuno è meno figlio di un altro, che fratelli si nasce e fratelli si diventa ogni giorno, che la fede in Dio Padre riguarda la felicità di tutti, perché suoi figli. La complessità della realtà che dobbiamo affrontare trova nella scelta quotidiana della fraternità la scoperta di un mondo molto conflittuale e difficile, ma dove è possibile trovare risposte nuove e concrete, perché ci si vuol bene. L’economia ha valorizzato sempre i rapporti di forza e la concorrenza spietata in vista della propria supremazia, (“i soldi non guardano in faccia a nessuno”), dividendo il mondo in amici e nemici, accettando la bulimia di pochi con la fame di troppi, realizzando come principale l’industria della guerra e privilegiando l’esasperazione dei consumi, anche a costo della distruzione del pianeta. Non è questo il mondo della gioia che ci auguriamo; è piuttosto quello della paura.
Ma la fraternità non cresce come erba spontanea, probabilmente non sarà nemmeno maggioranza. Siamo in un momento sociale e politico caldo, a volte convulso e confuso. Ma c’è luce ed energia in abbondanza se attingiamo alla parte profondamente umana che ci ritroviamo dentro, se riusciamo a mantenere l’ascolto dei bisogni degli altri, oltre le apparenze e le stesse nostre antipatie. C’è un agire quotidiano diretto con esperienza di ogni tipo di vicinanza e solidarietà, perché veramente i poveri di ogni parte del mondo sono fra noi. Non possiamo evitarli. Riconoscerli, accoglierli, dare una mano a tutti, anche agli immigrati e ai sinti e rom, umanizza le nostre persone e le nostre giornate.
C’è poi come conseguenza diretta anche un agire politico, perché chi finisce nella povertà o nella miseria non vi rimanga impigliato per sempre e perché vengano trovate soluzioni che superino l’accattonaggio sociale e la condizione di assistenza permanente. Oggi siamo ancora nella fase assistenziale, con qualche tentativo di trovare e creare lavoro; sempre di più, oltre a quella del reddito si impone la redistribuzione del lavoro. Sono obiettivi necessari dove non è sufficiente l’impegno ammirevole dei centri di ascolto, ma anche il coinvolgimento delle comunità ecclesiali e delle stesse categorie produttive. Sono stati realizzati tentativi di solidarietà a livello locale con il coinvolgimento di istituzioni, associazioni, organizzazioni sociali, enti finanziari, ma non hanno dato i frutti sperati, sia per la fatica di reperimento fondi in maniera costante, che per l’impossibilità di fare un servizio nei confini di un Comune. Se il problema della povertà e del lavoro per tutti non verrà affrontato come prima urgenza, se non vanno messe in sicurezza le persone, prima ancora delle imprese, ci troveremo presto una società nettamente spaccata con conflitti sociali imprevedibili. Gli avvenimenti di questi giorni sono già un anticipo e un avviso per il funzionamento stesso delle istituzioni e della tenuta della società. Non possiamo partire dal budget dei Comuni per affrontare i problemi, dobbiamo ripartire sempre dalle necessità e dai bisogni reali delle persone e trovare risposte che rispondano ai diritti essenziali, primo fra tutti il diritto alla vita, magari con un reddito di cittadinanza attiva o di inserimento garantito.
Ci sono poi altri due aspetti veramente importanti: scegliere la fraternità significa non solo impegnarci con le persone, ma anche con le strutture che condizionano i rapporti delle persone e dei popoli. Possiamo porre fine alla nostra specie attraverso due fonti di distruzione. La prima è rappresentata dalla macchina di morte della tecno-scienza che abbiamo costruito, fatta di armi nucleari, chimiche e biologiche che possono distruggere l’umanità in 25 modi diversi. L’altra è data dal caos che abbiamo creato nel sistema terra e che si manifesta attraverso il riscaldamento globale. Oggi siamo in emergenza grave. Eppure le risorse per la ricerca tecnologica e la produzione delle armi si trovano e il mercato rimane fiorente, inquinando i conflitti e distruggendo per generazioni i rapporti fra popoli. Come giustifichiamo il mantenimento delle armi atomiche e il silenzio su tutto il sistema di produzione delle armi? Come possiamo mettere insieme l’amore e la cura dei fratelli, tutti, senza nemmeno porci il problema dei mezzi per eliminarli! Fraternità e armi in dialetto veneto “fradei -cortei” e per chi? Per i soldi.
Riguardo alla terra siamo come anestetizzati. Da tempo ormai anche la terra è entrata nella cultura della proprietà privata assoluta, come bene di consumo e come risorsa da sfruttare al massimo anche con la speculazione, inquinando, e riducendo la sua funzione di sostenere e garantire la vita. Oggi a rischio sono l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che coltiviamo. E a rischio è anche il futuro dei bambini che nascono. La terra è l’organismo che fornisce gli elementi necessari alla vita di tutti gli altri esseri. E come tale ha una sua natura, un suo linguaggio e una sua grammatica. Abbiamo un concetto mutilato di Dio creatore se lo separiamo ed extrapoliamo dalla sua creazione a partire dalla terra e dalla vita. Non siamo i padroni, ma i custodi della terra perché tutti possano fruire della bellezza e ricchezza dei suoi doni nella varietà dei frutti e del piacere del loro gusto.
“La terra è la madre di tutti noi. Tutto ciò che di buono arriva dalla terra, arriva anche ai figli della terra….la terra non appartiene all’uomo, bensì è l’uomo che appartiene alla terra…. Tutto ciò che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli”.
Dobbiamo ascoltare la saggezza del capo indiano che scrive al Presidente USA per ritrovare una fraternità che ci ricolleghi ai fili della vita, che ci è stata regalata perché anche noi la offriamo in eredità? A questo punto benvenuta e benedetta questa crisi globale, perché ha portato una grande accelerazione nello svegliarci dall’ipnosi dei soldi e del mercato e nel rimettere le decisioni della nostra libertà nell’alveo delle relazioni globali con le altre persone e gli altri popoli e nella responsabilità del rispetto e della cura del Creato.
Non siamo nati per diventare ricchi, né per fare ricco qualcuno, ma solo per vivere assieme e vivere contenti. Il Dio di Gesù, è il Dio casalingo, come il papà e la mamma, mescolato a tutte le nostre vicende, felice della nostra umanità, nella misura in cui ogni giorno cerchiamo di esprimerla in una reale fraternità.

Don Albino Bizzotto

   

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