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46. Costruire il mercato euro-americano (nono round T-Tip)

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Articolo di Roberto Meregalli

 
In Aprile si svolgerà il nono round di negoziati per il T-Tip. Di questa sigla se ne parla, ma sicuramente l’acronimo suona ancora incomprensibile alla maggior parte della gente. Quindi cominciamo col chiarire che sta per Transatlantic Trade and Investiment Partnership, quindi parliamo di una ipotesi di accordo commerciale che Unione Europea e Stati Uniti d’America stanno negoziando per promuovere commercio ed investimenti fra le due sponde dell’Atlantico. Ufficialmente le trattative sono state avviate nel luglio 2013, ma gli sforzi per un’area di libero scambio fra USA ed UE sono molto più datati, basti pensare che l’Atlantic Council (una lobby euroamericana), venne fondato nel 1961 dall’ex segretario di Stato Americano Dean Acheson per sostenere l’Alleanza Atlantica. Il primo studio pubblicato nel 1967 era intitolato: “Costruire il mercato euro-americano: pianificazione per gli anni ‘70”.

 

Il T-Tip risponde quindi ad obiettivi economici e geopolitici.

Dal punto di vista economico, va ricordato che nonostante gli anni recenti di crisi, in particolare per l’Europa, Usa ed Ue rimangono i rispettivi principali mercati d’esportazione. Le due aree costituiscono circa il 50% del PIL mondiale e quasi 1/3 dei flussi commerciali globali. Lo stock di investimenti bilaterali è pari a 2.394 trilioni di euro ed ogni giorno vengono scambiati merci e servizi per un valore medio di quasi 2 miliardi di euro.

Gli obiettivi proclamati dal T-Tip non sono nuovi: rimuovere le barriere commerciali fra i due partner per facilitare la vendita di merci e servizi; in questi termini la cosa appare positiva per tutti, in particolare per una Europa che cerca disperatamente di ritrovare crescita economica. Ma è qualcosa di più poiché oltre al tradizionale accesso al mercato, vi è la cosiddetta “coerenza nei regolamenti” e una più stretta cooperazione sempre sul piano dei regolamenti. Quindi l’obiettivo è ambizioso perché si focalizza sul termine di “regolazione tecnica” che nel linguaggio dei trattati commerciali indica “regole, linee guida, caratteristiche per prodotti o processi correlati e metodi di produzione, requisiti di terminologia, simboli, imballaggi, marcature o etichettature” (definizione WTO), quindi qualsiasi legge/regolamento che norma caratteristiche finali e di produzione delle merci industriali e agricole (quindi il cibo) e la fornitura dei servizi (quindi il terziario).

Questo spiega perché la questione T-TIP non riguarda le frontiere, riguarda i mercati da una parte e dall’altra della frontiera.

Eliminare le tante differenze fra Europa ed America è impresa improba. La differenza più percepita dall’opinione pubblica è in materia di sicurezza alimentare perché  concettualmente USA ed UE, pur perseguendo gli stessi obiettivi, hanno adottato due approcci diversi: mentre l’Europa controlla ed ha normato i processi con cui, ad esempio, si allevano gli animali, si coltivano i campi e si confezionano i prodotti alimentari, puntando sulla tracciabilità; negli USA il focus è stato posto sul prodotto finito. Inoltre l’Europa ha adottato il principio di precauzione ("l’assenza della prova di un rischio non è prova dell'assenza dello stesso"1) che in parole povere significa che anche in assenza di dimostrazioni scientifiche, è possibile vietare l’uso di una sostanza o di una tecnica produttiva se sussistono dubbi al riguardo. Del resto la storia insegna che l’evidenza scientifica dei danni derivanti da una sostanza quasi sempre arriva dopo il suo utilizzo.

Negli USA non si condivide questa scelta e nel passato si è scelto un approccio market-oriented in cui la gestione del rischio alimentare ricade esclusivamente sui privati: sono le imprese e i consumatori a dover dimostrare se una sostanza è dannosa.

Questo discorso merita una riflessione. Si pretende dalla scienza una valutazione del rischio, fatta in tempi rapidi, che è utopica. La complessità di analisi che le scienze attuali affrontano danno sempre più spesso origine ad una molteplicità di risultati e di visioni alternative che pretendono di spiegare l’oggetto di studio. La scienza non ha certezze da offrire, quindi la gestione del rischio è ambito della politica, questo è il vero problema e la soluzione di affidare questa valutazione a un qualsiasi organismo scientifico è illusoria. “In presenza di esternalità negative difficilmente quantificabili e di rischi futuri ignoti, sarebbero necessarie nuove regole”[i] che tengano in considerazione quei valori comuni, anche se privi di valore economico, che fondano la convivenza umana. Nei negoziati T-TIP si sta ignorando tutto questo.

Il T-TIP non rappresenta comunque nulla di nuovo (esiste l’OMC/WTO con tutti i suoi accordi e una miriade di accordi plurilaterali e bilaterali), ripropone la convinzione che da più di vent’anni viene sostenuta per cui eliminare le barriere tariffarie, deregolamentare i mercati dei capitali, privatizzare, sia la ricetta migliore per la crescita. E’ dagli anni ’80 che ripetiamo il mantra dei benefici della liberalizzazione del commercio, in un volume edito nel 2002 riportai una citazione del New York Times: “ripetete cinquanta volte che free trade significa crescita e tutti i vostri dubbi spariranno”[ii]. Ma gli anni sono passati e le promesse non si sono realizzate: chi ha visto gli aumenti di salari che secondo la teoria economica standard deriverebbero dalla creazione di un’area di libero scambio?

Nessuno nega che si possa continuare a credere che avere sempre più merci che vanno da un angolo all’altro del pianeta sia positivo, che difendere il diritto di non discriminazione di un prodotto (e molto meno quello degli esseri umani) sia lecito, che considerare come “discorsivi” i diritti di popoli diversi a stabilire regole diverse per coltivare, allevare e produrre energia, sia l’unica strada per “star bene”. Ma è lecito dubitarne.

L’analisi delle bozze pubblicate solleva dubbi e timori giustificati. Usa ed Ue hanno standard distinti, conseguenza di approcci diversi ai problemi, scegliere la strada del “mutuo riconoscimento” non è possibile ovunque, sui prodotti chimici e sugli alimenti occorre mantenere prudenza e la sovranità di poter continuare ad avere un approccio cautelativo.

Scelte drastiche di convergenza fra sistemi diversi potrebbero avvenire solo nell’ambito di un processo politico di avvicinamento, ma è totalmente fuori luogo visto che al suo interno, l’Ue non è riuscita ad andar oltre l’unione monetaria.

Relativamente all’istituzione di un arbitrato Stati-Imprese (in sigla l’Isds), l’opposizione è così ampia che sarebbe miope perseguirla.

L’obiettivo di una maggiore integrazione fra le due sponde dell’oceano non è negativo, se  finalizzato a creare più benessere non per le elite ma soprattutto per i livelli più bassi, “per innalzare il tenore di vita, garantire la piena occupazione”[iii]. Quindi non l’incremento del Pil va considerato come indicatore, ma la riduzione della disoccupazione e delle diseguaglianze.

Se il T-tip imboccasse questa strada, fissando standard elevati in materia sociale e ambientale, ponendoli pure come vincoli di accesso ai mercati euro atlantici, potrebbe mostrare un importante segno di inversione di rotta, utile per inaugurare una nuova epoca nei negoziati commerciali (che attualmente languono su vecchi logori binari).

Un approfondimento sul T-tip è disponibile qui:

http://www.martinbuber.eu/comm_econ/documenti/Transatlantico-ttip.pdf

[i] Vedi Corrado Finardi, Lorenzo Bazzana “Valutazione del rischio alimentare, organismi scientifici indipendenti e battaglie commerciali”, Agriregioneeuropa anno 6, n.23

[ii] Vedi: Non è vero, i dogmi del neoliberismo alla prova dei fatti, MC editrice 2002.

[iii] Citazione tratta dall’introduzione dell’Accordo di Marrakesh, istitutivo dell’OMC/WTO.

 

   

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