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13. Energia in recessione

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9 novembre 2011

Energia in recessione

Anche l’energia è in recessione, dopo il timido rimbalzo del 2010, seguito al tonfo del 2009 e all’empasse del 2008. L’osservatorio Aiee prevede che il 2011 chiuderà con un calo dello 0,3% basando le proprie stime sul fatto che nei primi nove mesi del 2011 la domanda è calata dello 0,5%.

 In particolare calano i consumi di gas (-4%), calano le importazioni di energia elettrica (-4,5%), cala il consumo di petrolio (-1,4%), aumentano solo i combustibili solidi (+9,2%) e le fonti rinnovabili (+8,1%).

Per quanto riguarda il comparto elettrico, Terna ha diffuso ieri i dati di ottobre, rispetto al 2010 il calo della domanda elettrica è dell’1,3%; scendono l’idroelettrico e il termoelettrico, crescono geotermia, eolico e fotovoltaico che continua la sua ascesa, anche a ottobre ha generato più di un miliardo di chilowattora, per la precisione 1.140 (+595% rispetto al 2010). Un aumento che sta sempre più sconvolgendo la rete ma soprattutto il mercato elettrico, scatenando la reazione delle utility.

Va ricordato che dal 2000 al 2010 l’energia prodotta con fonti rinnovabili è cresciuta del 51% passando da 50.990 milioni di chilowattora (GWh ) a 76.964 GWh, mentre la domanda di energia elettrica è cresciuta molto meno, del 10% passando da 298.510 GWh a 330.455. Nell’ambito della quota rinnovabili, dieci anni fa l’idroelettrico valeva l’87%, nel 2010 è scesa al 66,4% non per effetto di un calo produttivo (al contrario nel 2010 la produzione è stata molto superiore rispetto all’anno 2000) ma grazie all’aumento di tutte le altre fonti. In particolare la generazione eolica è cresciuta di quindici volte, quella a biomasse di sei volte, quella solare praticamente dieci anni non esisteva (era irrilevante).

Tutti questi numeri ci dicono che le FER elettriche stanno rispondendo alla sfida di sostituire una buona quota di fonti fossili per ridurre i danni all’ambiente e alla salute, ridurre la dipendenza dall’estero ed aumentare la sicurezza. La quota di energia rinnovabile sul consumo finale lordo in Italia è stata nel 2010 pari al 22,4% (20,1% normalizzata) a fronte del 14% del 2005. Considerando la sola produzione nazionale la quota sale al 26%. Siamo meglio della Germania con una differenza però: nel nostro Pese non esiste una strategia, si naviga a vista. La notizia meno buona è che la rete elettrica ha mostrato già due anno orsono la propria inadeguatezza rivelandosi incapace di accogliere e trasmettere tutta l’energia elettrica prodotta dai nuovi impianti, in particolare quelli eolici. Eppure nel 2010 la quota di rinnovabili intermittenti, difficili cioè da dispacciare perché non prevedibili nella loro produzione, era ancora molto bassa, pari al 3,7% della produzione netta nazionale. Come è stato rilevato[1], una tale quota non dovrebbe creare nessun problema gestionale e diversi Paesi europei lo hanno dimostrato (Danimarca, Spagna e Germania), eppure così non è stato poiché la nostra si è presentata all’appuntamento con le FER in cattive condizioni. Il nostro Paese ha avviato nel 1999 il processo di liberalizzazione del sistema elettrico, ma nel corso degli anni non è stato in grado di prevedere l’evoluzione della generazione, riguardo a Terna ci si è preoccupati molto più della sua privatizzazione (avviata nel 2004) e dei i ricavi ottenibili annualmente, piuttosto che dello stato delle connessioni, specie nelle aree meridionali del Paese.

Il 15 marzo 2010, Terna venne premiata come “migliore utility d'Europa” per rendimento totale del titolo azionario nei tre anni precedenti: +40%, circa 55 punti percentuali in più rispetto alla media del settore europeo (che aveva registrato -15%). Ottima performance finanziaria in borsa dunque, ma non altrettanto sul piano industriale. Oggi la società ha un piano di investimenti rilevante, ma che darà frutti nel giro di qualche anno a fronte di una crescita della generazione eolico-fotovoltaica che nei primi nove mesi del 2011 ha raggiunto il 6% della produzione netta nazionale. Un dato impensabile solo lo scorso anno.

Abbiamo dunque troppe centrali termiche a gas, abbiamo una crescita vertiginosa di impianti rinnovabili, abbiamo troppo poca rete, il sistema in toto fa sì che il costo finale dell’energia elettrica sia alto, in particolare per le imprese poiché per le famiglie, come confermato dall’Autorità per l’energia elettrica ed il gas[2], circa una famiglia su due paga prezzi per l’energia elettrica più bassi della media Ue (in altre parole chi la usa con parsimonia non paga di più che oltrefrontiera).

Che fare?

Le utility si stanno opponendo al cambiamento, anche se ormai intuiscono la necessità di cambiare modello di business. Ma non si può lasciare al mercato il governo della situazione. Occorre pianificare anche se la parola risulta desueta.

  • Per prima cosa occorre bloccare la costruzione di nuove centrali termoelettriche: ce ne sono già troppe, se ricostruiamo Porto Tolle a carbone quanti altri cicli combinati nuovi mandiamo in pensione?
  • Poi occorre investire massicciamente sulla rete, soprattutto nella rete a medio-bassa tensione che va resa intelligente con sistemi di accumulo e microprocessori ovunque, sino ai singoli elettrodomestici di casa.
  • Nella generazione da rinnovabili occorre proseguire a tappeto nella diffusione del fotovoltaico e del solare termico su ogni tetto; nell’eolico il futuro è offshore: serve che le regioni permettino questo tipo di sviluppo. La quota delle biomasse è da legare alla reale disponibilità dei territori.
  • Ma occorre pensare a nuove fonti al momento ancora poco sviluppate su cui va investito in ricerca e per il nostro Paese si tratta della forza maremotrice e il geotermico offshore nel sud del Paese. Ci sono potenzialità tali da coprire con queste due sole fonti almeno il 20% della domanda elettrica.
  • Per quanto riguarda il calore, la rivoluzione potrà avvenire solo sul fronte dell’efficienza energetica, su cui già Confindustria ha evidenziato le potenzialità del nostro tessuto industriale. Efficienza significa parlare di tecnologie impiantistiche come sistemi di illuminazione, elettrodomestici, sistemi di produzione di energia termica, isolamenti per gli edifici. Secondo il rapporto presentato il 9 novembre 2011 dal Politecnico di Milano il potenziale tecnico derivante dall’adozione di soluzioni di efficentamento energetico in Italia da qui al 2016 sarebbe pari a ben 44 milioni di tep (si consideri che il totale dei consumi finali italiano è di 133 Mtep).
  • Sul fronte della mobilità, la soluzione immediata non è rappresentata dall’auto elettrica, ancora troppo costosa e legata al problema delle batterie, nell’immediato meglio favorire il metano avendo in Italia una rete capillare di distribuzione, ma soprattutto occorre una scelta strategica a favore dei trasporti collettivi: treni, metropolitane, tranvie e autobus devono essere interessati da un vero piano di sviluppo che le faccia uscire da una condizione atavica di marginalità.

Roberto Meregalli (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. )

[1] Vedi il Rapporto “Integration of electricity from renewables to the Energy grid and to Energy market”, Eclareon, Berlino, 17 ottobre 2011.
[2] Vedi energia.it  del 14 lugliuo 2011

 

   

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