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Viaggio a Sarajevo 2012

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Resoconto del viaggio a Sarajevo 2012

1992-2012. Vent’anni esatti. Per molti di noi Sarajevo non è stata solamente un impegno per la pace. È stato un modo nuovo e diverso di entrare e affrontare i conflitti, anche quelli ritenuti impossibili come la guerra; è stato un modo nuovo di sentirci dentro alla stessa storia e camminare insieme.

 La nostra Associazione ne è stata segnata e in qualche modo caratterizzata. Molti hanno mantenuto il loro rapporto associativo proprio a partire da quelle esperienze durate per tutto il tempo della guerra e anche dopo. In questi giorni alcuni hanno chiesto perché non ritrovarci e verificarci in una particolare “interposizione” di pace e non di guerra questa volta. È un’esigenza anche di altre organizzazioni e persone che in tutti questi anni hanno intessuto a vario titolo rapporti d’amicizia e di cooperazione con la Bosnia, con Sarajevo in particolare. Ne è nata una proposta, tutta da sgrezzare e da verificare. Ma stiamo partendo. Perché non trovarci anche quest’anno a Sarajevo attorno al 10 dicembre, giornata mondiale dei diritti umani, in un confronto di società civili? Nessuno pensa a celebrazioni alla memoria e nemmeno a calare da fuori un evento che risulterebbe estemporaneo, se non estraneo. Per questo motivo abbiamo fatto comunicazione della proposta a tanti altri amici e dal 26 al 29 marzo abbiamo fatto una visita a Sarajevo, una visita veloce, ma molto significativa. Abbiamo incontrato vecchi amici, ma anche interlocutori autorevoli. Non avendo alcun progetto e programma abbiamo fatto la verifica sull’opportunità o meno di costruire un evento. Siamo stati incoraggiati a continuare, anche se le contraddizioni e difficoltà non sono poche. Sappiamo che a settembre ci sarà l’incontro ecumenico internazionale con i vari responsabili religiosi da tutto il mondo organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. Si tratta di un evento ufficiale, caratterizzato dall’appartenenza religiosa e con modalità anche formali che non contemplano la partecipazione attiva della società civile. Il nostro incontro partirebbe da un vissuto. Molte delle persone che abbiamo incontrato rivedrebbero molto volentieri le nostre facce. Il problema però è riuscire a fare una cosa viva per tutti e non solo rivederci tra amici; affrontare tematiche che ci vedano ancora impegnati a camminare insieme.                                               

  Offriamo un resoconto a flash del nostro viaggio a Sarajevo:

1) La pace di Dayton è stata implementata solo sulla cessazione dello scontro armato, ma non sugli altri punti qualificanti. Di fatto è continuato il processo di radicalizzazione della divisione etnica, marcando il territorio con i simboli religiosi e civili; disattendendo al ritorno dei profughi alle case di loro proprietà, favorendo gli spostamenti di popolazione dopo la guerra, per rendere le zone etnicamente più omogenee (Lukavica per esempio è più che triplicata di abitazioni con la permanenza di tutti i profughi che vi si erano accampati).

2) La Bosnia dovrebbe risultare un unico stato, di fatto le due entità (la Federazione e la Republika Srpska) si configurano come due realtà governative autonome e separate. In Bosnia esistono 2 legislazioni diverse con corrispettivi tribunali e amministrazione diversificata della giustizia. Se non c’è legge uguale per tutti non c’è base su cui costruire un’unica società.

3) Il sistema di potere è farraginoso, invasivo, con una pletora di istituzioni che hanno funzioni e strutture di governo: lo Stato, le due Entità, il Distretto di Brcko, i 10 Cantoni della Federazione, le 4 Città (Banja Luka, Mostar, Sarajevo e Sarajevo Est) con amministrazione autonoma, le 63 municipalità della Republika Srpska e le 74 della Federazione…. Sono i centri di potere che costituiscono la principale fonte di impiego, ma senza sviluppo e con molta burocrazia, clientela, corruzione: ciascuno dà lavoro ai suoi, del gruppo etnico o del partito.

4) Tutti, ma proprio tutti i cittadini, denunciano la responsabilità e l’inettitudine dei politici, i veri colpevoli della situazione bloccata e insostenibile. Un giudizio sui politici ancora più duro che in Italia.

5) Riguardo alla guerra, una persona che conosciamo ci ha detto che l'anniversario dei vent'anni è molto più sentito all'estero che in Bosnia. Ma la sofferenza inflitta dalla guerra rimane un punto complicato: abbiamo capito che una persona non può dire (se non tra amici cari o in famiglia) quella che ritiene sia la propria verità sulla guerra senza che qualcun altro non si senta offeso. E i giovani non vogliono sentirne parlare affatto e nemmeno vedere i film sulla guerra vissuta dai genitori.

6) Esistono enormi problemi per l’occupazione e si teme per la tenuta generale dello Stato quando si chiuderanno i rubinetti degli aiuti internazionali. La Bosnia resta una realtà precaria e ad alto rischio.

7) Per tantissime persone rimane comunque una gran voglia di vivere, forse di speranza: sempre gente che passeggia, che è seduta al bar, che prende il caffè, che gioca a scacchi in piazza, che si saluta con allegria. Anche se una persona nostra amica ci ha offerto un’analisi lapidaria: “Sono vent’anni che ci arrabattiamo per la mera sopravvivenza, non abbiamo né forza, né tempo per pensare a come vorremmo la società – non c’è possibilità per una visione del futuro”.

8) Anche noi siamo in grave difficoltà, tanto che non riusciamo più a mobilitarci contro guerre in atto. Anche per noi c’è un pericolo, non di separazione etnica, quanto di chiuderci nelle nostre paure e nelle nostre identità. La necessità, la fatica, ma anche la bellezza della convivenza rimangono un ideale e un impegno non solo per i bosniaci, ma anche per noi. La convivenza, con tutte le problematicità connesse, potrebbe costituire il punto critico e stimolante per un confronto sincero e produttivo in vista di un comune percorso di pace.

9) Questo è solo l’inizio di lancio di una proposta, per allargare velocemente sia il dibattito per concretizzarla, sia la possibilità di costruire insieme un comitato organizzativo promotore.